IVANO VITALI

cubi     uova      palle     piaccelle     ruota

Esposizioni con il Gruppo A.R.F. (Arte Ricerca Firenze)

1992
1993
1993
1994
1995
2008
2009
2010
2010
Teatro – Università Popolare di Rosignano Solvay (LI)
"Palazzo Datini” – Prato
Sala “XC Pacifici” – Forlì
Chiostro “Badia Fiesolana” Fiesole (FI)
Con-temporanei - "Studio Bardi" 21 Firenze
"A.R.F.1992-1995" Limonaia di Villa Vogel - Firenze
Sentire l'arte  ARTNEST - Firenze
Era il tempo del ciclostile - Museo Marino Marini - Pistoia
Era il empo del ciclostile - Galleria "La Bezuga" - Firenze
Hanno scritto di lui
 
Cristina Acidini, Giuliano Allegri, Jean-Michel Carasso, Dino Carlesi, Andrea Del Guercio, Elena Ginanneschi, Elisa Gradi, Elysabeth Merx, Tommaso Paloscia, Dino Pasquali,  Renata Pompas, Dino Sileoni, Bruno Sullo, Maria Teresa Tosi, Liliana Ugolini ...

Recensioni

 Elisabetta Andreis, Laura Antonini, Silvia Arfelli, Anna Barera, Marta Bonini, Eva Desiderio, Gaia Grossi, 
Beatrice Guarneri, Federica Lessi, Roberto Sposini, Rosanna Ricci, Franco Riccomini, Claudia 
Riconda, Truus Ruiter, Beatrijs Sterk, Aurore Vaucelle, Michel Voiturier ...

Testo di Andrea B. Del Guercio scritto in occasione della mostra del Gruppo Arf nel Chiostro della Badia Fiesolana - marzo 1994

Nell’ultima produzione di I.Vitali coesistono e, positivamente si affermano nel risultato, due dati, due processi espressivi diversi; per un verso lo spazio di appoggio e, quindi, il soggetto appoggiato. Nel primo caso alla tela per la pittura, ed alla base per la scultura, Vitali sostituisce un’architettura costruttiva, un telaio contenitore, ma caratterizzato da divaricamento, cioè, aperto esso stesso alla percezione e, quindi, alla fruizione. Il secondo dato è una figura geometrica, il cubo, moltiplicato modularmente, indagato per singolo elemento, e nella sua moltiplicazione senza varianti. Due componenti linguistiche, l’espositore e l’oggetto esposto che si confrontano, che si interrelazionano tra lo svelato e il segreto, tra l’architettura e il modulo; un dialogo serrato fra due estremi per la reinvenzione dello spazio. Una scultura, quindi, quella di Vitali, che incide progettualmente nella vita, che rinnova concettualmente ed anzi costruisce il nuovo habitat dell’uomo. -

"Vitali reinventa le forme primarie" di Dino Carlesi

Il rapporto col mondo vitali lo visse come dettato da una originaria comunione terrigena tra uomo e natura, da una identica origine propulsiva e vitalistica. Nel suo ambiente cercò gli elementi con cui entrare in colloquio, aprire un contenzioso sentimentale che non si esaurisse nella meditazione ma si concretizzasse in opere che non turbassero l’armonia esistente ma la continuassero e la completassero.
Oltre quindici anni fa il giovane Vitali tentò per tre anni di seguito un impegno creativo di manualità artigianale che fosse legato alla sua natura circostante: intorno alla sua casa colonica pulsavano di vita autonoma quegli elementi primari che attendevano solo di farsi strumenti di rigenerazione e di ri-creazione.
Fu questa la sua prima fase di ricerca ottimistica entro un ambiente che attendeva solo di essere guardato con occhi nuovi e di essere “riscritto” attraverso simboli di origine naturalistica ma anche da elevare a simboli di una condizione umana in fase di crisi e di declino, anche a costo di estraniarli dal loro habitat e farne motivi di spiazzamento intelettuale per chi fosse stato capace di cogliere il rapporto tra la loro natura e la loro nuova destinazione estetica.
Forse all’origine del suo lavoro vi era già l’urgenza per una revisione del modo di vivere degli uomini, denunziata dal reciclaggio intenzionale di oggetti mentalmente sottratti al loro spazio naturale e ridonati ad altri piani di lettura: le cartucce usate come fiori e la plastica riusata come simbolo dannato erano solo riciclaggi polemici nei confronti di scelte umane e sociali sbagliate.
Le stesse “performance” testimoniavano un rapporto aspro con la realtà, una accettazione non passiva delle regole del mondo: l’artista non esprimeva forme se non raccogliendone la matrice nel suo ambiente ed elevandola a piani creativi diversi: la natura poteva essere reinventata in loco, fotografata magari, ma mai offerta ad un volgare mercato per un rispetto verso il candore: semmai, sempre in quell’ambito di ricerca, si poteva perfino giocare con le luci riflesse sui vetri o con l’analisi microscopica che ingigantiva verità e bellezze.
Fu quella prima riflessione sul rapporto uomo-ambiente a preparare la fase creativa che si doveva svolgere - non più come recupero, ma come aggiunta - dentro l’oggettività che non può più essere naturalistica.
Poi sopraggiunse il silenzio: dieci anni di silenzio totale durante il quale maturarono i modi nuovi per continuare il commento sui fatti del mondo, sul destino delle cose in esso esistenti. E quando Vitali ricominciò a lavorare - sul gesso, sul legno, sulla creta, sulla pietra - non smarrì l’armonia e la misura che già aveva conosciuto nel suo primo rapporto con la natura , anzi le trasfuse nelle forme nuove, elementari, sia nelle semisfere come nelle spirali. nei cubi o nei coni rovesciati, nelle mezzelune come negli attorcigliamenti. I marmi colorati si aprivano dentro spazi apparentemente illimitati, come il cemento e il legno, il ferro o il granito, richiamandosi alle stesse forme rotonde, elementari, “povere”, di un pagliaio di un tempo, di un frutto di un tempo, quasi per ripeterne il respiro stagionale, la fragranza degli annunzi primaverili o la malinconia del tempo delle piogge.
L’artista ha da completare ogni giorno la creazione originaria, e ogni suo elemento è parte di un grande gioco cosmico, un apporto alle strutture primarie rivisitate con uno sguardo nuovo e arricchite in continuità di un diverso umanesimo.
Non credo che siano solo rabbie intelettuali quelle che agitano le spirali in marmo rosa o bloccano i cubi in pietra, ma sia l’urgenza creativa a far collimare l’esteticità con i richiami al vivere: la sintesi sferica astratta può, sì, esprimere la tendenza verso antiche aspirazioni trasgressive, ma è anche rifiuto della rassegnazione ad equilibri formali quietistici ed accademici.
Il rifiuto dell’oggetto tradizionale diviene la aspirazione ad invocarlo e a conoscerlo con più amore, essendosi tramutata la contestazione da quella banale rivolta agli uomini a quella più avventurosa rivolta agli dei, alla competitività drammatica di oggi, alla povertà delle scelte. Solo in questo spirito queste forme di Vitali divengono segnali accorati per la ricerca di un dialogo.
E di questo dialogo fanno parte perfino le scelte dei materiali, l’alternarsi tra il lucido e il grezzo, tra il bianco di Carrara e la creta, quasi che la lotta tra le forme e l’aria (che sembrano contendersi lo spazio) non sia che un inasprirsi o un placarsi di questo dialogo, un aspetto quasi lirico di quella conflittualità che muove e scuote i difficili rapporti tra gli uomini.

    Pontedera - Febbraio 1993                                                                                                  Dino Carlesi

Gruppo ARF

 
... E' abbastanza recente la "scoperta" dell'olivo da parte di Ivano Vitali, scultore mosso dall'urgenza di regolarità geometrica. Egli sente un particolare trasporto per la levigatezza delle superfici, sì da polire il cemento fino a renderlo simile al marmo, altra materia che con vari colori - dal rosa (del Portogallo) al blu, passando per l'inevitabile pietra lattea apuana - ha caratterizzato le sue composizioni d'astrattista in vena di purismo. Tornando al legno d'olivo, questo, in coppia col cemento e dal pari pazientemente levigato, sì da avergli tolto ogni asperità e nodosità, ha offerto spunti a Vitali per accentuare il dato iconico, talchè, pur in un'estrema stilizzazione, si vedono sub specie di sagome dei rimandi alla figura, di un uomo, di una donna, d'un albero.
Chi se ne intende ha individuato nel lavoro dell'Argentano (ferrarese per nascita, romagnolo nello spirito, fiorentino per scelta professionale) delle scorte estetiche riconducibili all'Arte povera ("Più o meno vengono da lì", conferma Ivano) e al Minimal art. Non c'è dubbio che l'esperto l'abbia inzeccata stavolta, specie alla luce di talune combinazioni in odore d'Installazionismo.
Per inciso annoto che il cirriculum di Vitali registra anche un'attività di poeta visivo, se non altro per l'interazione fra parole ed immagini fotografiche, la manipolazione ironica della realtà, l'indice levato contro un dato malcostume. Oggi tutta la sua passione è però rivolta all'attività plastica, ad una scultura che tesaurizza l'indipendenza dall'oggettività. Se una volta egli dunque poneva l'accento sul contenuto, ora lo pone invece sulla forma, su di una espressa mediante volumi razionali come il cubo, il cilindro, il cono, la sfera, lo "spicchio" o porzioni di sfera.
 
Prima di apporre la mia firma di falena che s'è consumata nel "fuoco" del commento (e a noi "critici" s'adatta l'esser falene: "In girum imus nocte et consumimur igni", frase peraltro notoriamente polindroma o bifronte, vorrei ripetere tout court, con pochissime variazioni, ciò che scrissi per una collettiva cui prendeva parte uno dei tre.
Lo scritto annunciato si collega abbastanza bene, mi pare, alle parole con cui ho esordito. Mi si stia a leggere, e si tolleri l'immodestia.
A quello sconfinato Lager di merci - indispensabili, utili, voluttuarie, superflue, dannose, rivolte al corpo e/o all'animo, al fisico od allo spirito - che è oggi il nostro pianeta, un contributo, assai più rilevante che in passato, lo arreca proprio l'arte, o meglio quanti la praticano con maggiore o minore licenziosità, nel numero cresciuti e crescenti a dismisura. E sotto l'egida della "cultura", più spesso invocata a sproposito che a proposito, è divenuta del pari smisurata l'accondiscendenza d'una critica tutt'altro che disposta a selezionare. Ogni "artista" - anche il meno autorizzato a fregiarsi senza virgolette della qualifica - trova quindi, prima o poi, il banditore che ne garantisce la "validità", estetica e commerciale, dell'opera. Ecco allora, nel pieno convincimento di non lodare affatto un prodotto avariato, che provo disagio per non aver parlato più a lungo del nostro terzetto.
A lungo come avrebbe meritato.

Firenze - Gennaio 1993                                                                                                      Dino Pasquali

 

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